Trebisacce-25/12/2023: Rubrica letteraria a cura di Salvatore La Moglie Pubblichiamo qui di seguito l’analisi del secondo canto del Purgatorio di Dante, del quale Salvatore La Moglie propone un nuovo e originale commento che è diventato un libro pubblicato dalla casa editrice  Setteponti di Arezzo nel 2022.  Protagonista è Casella, cantante e musicista e, soprattutto, grande amico di Dante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La-Moglie

Rubrica letteraria a cura di Salvatore La Moglie

Pubblichiamo qui di seguito l’analisi del secondo canto del Purgatorio di Dante, del quale Salvatore La Moglie propone un nuovo e originale commento che è diventato un libro pubblicato dalla casa editrice  Setteponti di Arezzo nel 2022.  Protagonista è Casella, cantante e musicista e, soprattutto, grande amico di Dante.

 

Il canto-capitolo II ovvero il canto di Casella e della dolcezza e bellezza della Poesia, della Filosofia e della Musica. Spiaggia dell’Antipurgatorio. L’angelo nocchiero (messaggero di Dio) e la velocissima imbarcazione, navicella, vasello con il grande carico delle anime negligenti che, poi, avvedendosi che Dante è vivo, gli si fanno intorno presi da stupore e curiosità. L’incontro con Casella (il primo amico ritrovato, direbbe Fred Uhlman) uomo di corte, musicista e cantante, intonatore di canti e autore di arrangiamenti musicali sulle poesie dei poeti a lui contemporanei. L’antico amico di Dante, si mette ad intonare, come una volta, i suoi versi (Amor che ne la mente mi ragiona) e incanta tutti con la sua dolce melodia, creando un’aura, un’atmosfera da sogno e da sensi incantati (direbbe Alberto Bevilacqua). Potenza e magia della Poesia e della Musica! È il primo grande amarcord in terra di Purgatorio, con qualche scena surreale da film di Fellini. Il severo rimprovero dell’austero Catone, che è improvvisamente riapparso. (Tutto si svolge intorno alle sei del mattino del 10 aprile 1300).

 

 

Già era ‘l sole a l’orizzonte giunto lo cui meridïan cerchio coverchia Ierusalèm col suo più alto punto; e la notte, che opposita a lui cerchia, uscia di Gange fuor con le Bilance, che le caggion di man quando soverchia; sì che le bianche e le vermiglie guance, là dov’ i’ era, de la bella Aurora per troppa etate divenivan rance.

Noi eravam lunghesso mare ancora, come gente che pensa a suo cammino, che va col cuore e col corpo dimora. Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, per li grossi vapor Marte rosseggia giù nel ponente sovra ‘l suol marino, cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia, un lume per lo mar venir sì ratto, che ‘l muover suo nessun volar pareggia. Dal qual com’io un poco ebbi ritratto l’occhio per domandar  lo duca mio, rividil  più lucente e maggior fatto. Poi d’ogne lato ad esso m’appario un non sapeva che bianco, e di sotto a poco a poco un altro a lui uscìo.

Lo mio maestro ancor non facea motto, mentre che i primi bianchi apparver ali; allor che ben conobbe il galeotto, gridò: “Fa, fa che le ginocchia cali. Ecco l’angel di Dio: piega le mani; omai vedrai di sì fatti officiali. Vedi che sdegna  li argomenti umani, sì che remo non vuol, né altro velo che l’ali sue, tra liti sì lontani. Vedi come l’ha dritte verso ‘l cielo, trattando l’aere con l’etterne penne, che non si mutan come mortal pelo”.

Poi, come più e più verso noi venne l’uccel divino, più chiaro appariva: per che l’occhio da presso nol sostenne, ma chinail giuso; e quei sen venne a riva con un vasello snelletto e leggero, tanto che l’acqua  nulla ne ‘nghiottiva. Da poppa stava il celestial  nocchiero, tal che faria beato pur descripto; e più di cento spirti entro sediero. ‘In exitu Isräel de Aegypto’ cantavan tutti insieme ad una voce con quanto di quel salmo è poscia scripto. Poi fece il segno lor di santa croce; ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia: ed el sen gì, come venne, veloce. La turba che rimase lì, selvaggia parea del loco, rimirando intorno come colui che nove cose assaggia.

Con la descrizione astronomicamente precisa dell’apparire dell’aurora e poi con quella dell’arrivo-apparizione, quasi da scena felliniana, dell’angelo traghettatore di più di cento anime (cioè tante) negligenti sopra un vasello, una piccola ma velocissima barca (che fa pensare a un Dante così moderno da immaginare una sorta di motoscafo dei nostri tempi) si apre il canto-capitolo secondo. Dunque, vediamo di rendere al meglio i passi trascritti: Il sole appariva già all’orizzonte, il cui meridiano, con il punto più alto del suo arco, sta sopra (sovrasta) Gerusalemme (che si trova al centro del nostro emisfero boreale e agli antipodi della montagna del Purgatorio, e dove ora c’è il tramonto) e la notte (che è personificata), che gira in direzione opposta a quella del sole, veniva fuori dal Gange nella costellazione della Bilancia (o Libra), dalla quale la notte esce dopo l’equinozio d’autunno, quando diventa più lunga del giorno; di modo che nel Purgatorio il bianco dell’alba e il rosso della bella aurora, essendo passato molto tempo, si trasformavano in un colore giallo-oro.

Noi stavamo ancora sulla riva del mare, come pellegrini (viandanti) che pensano al loro cammino, che con il cuore (il desiderio) proseguono il loro viaggio (col pensiero di arrivare al più presto alla meta) ma con il corpo restano fermi (si siedono, per la stanchezza fisica). Ed ecco come, al farsi del mattino, il pianeta Marte appare avvolto da una luce rossa a causa dei densi vapori (che lo circondano), quando da ponente viene sulla superficie del mare, così (allo stesso modo; similitudine) mi è apparsa una luce (intensa), che io possa ancora rivederla! (tanto appare come fatto miracoloso, prodigioso), procedere così velocemente sul mare, che nessun altro tipo di volo potrebbe paragonarsi ed essere eguagliato alla sua rapidità. Da quella luce ho appena un po’ allontanato lo sguardo per chiedere a Virgilio di cosa si trattasse e, tornato a guardarla, l’ho rivista diventata ancora più luminosa e più grande. Poi, da ogni parte, mi è apparso un non so che di bianco, e nella parte di sotto usciva pure un altro non so che di bianco. Il mio maestro non ha detto nulla, fino a quando non è stato evidente che quei primi due bianchi (macchie bianche, prime forme bianche che si intravedevano) non erano che ali: ma quando riconobbe chi era il nocchiero (galeotto: chi guida una galea), ha gridato: Inginocchiati: ecco l’angelo di Dio: congiungi le mani; ormai, d’ora in avanti, vedrai di simili ministri di Dio (per cui devi inginocchiarti come in preghiera, in segno di umiltà, perché essi sono i portavoce del volere divino). Vedi come disdegna (respinge) i mezzi di cui si servono gli uomini, tanto che non vuole né remo né altra vela tranne che le sue ali (per navigare) dalla foce del fiume Tevere alla spiaggia del Purgatorio. Vedi come le ha drizzate verso il Cielo, muovendo (agitando) l’aria con le sue penne eterne (che non mutano) come il pelo degli uomini (cioè dei mortali, come quello degli animali). Poi, quanto più si avvicinava a noi, l’angelo di Dio appariva sempre più luminoso (quasi abbagliante); per cui i miei occhi non riuscivano a sostenere tanta luce (da vicino), e li ho abbassati (ho abbassato lo sguardo); e lui (l’angelo) è arrivato alla riva della spiaggia con un vascello (una navicella, una barchetta, una piccola barca) snella e leggera, tanto che sembrava stare sulla superficie dell’acqua. Il celestiale nocchiero stava sulla poppa, in maniera tale che sembrava avesse impresso nell’aspetto (sul volto) la sua beatitudine (l’appartenza al mondo dei beati, dei salvati anziché dei sommersi, viene da dire parafrasando Primo Levi); e dentro la navicella c’erano tantissime anime (più di cento). Queste anime, tutte insieme (all’unisono, in coro) si sono messe a cantare In exitu Isräel de Aegypto (Nell’uscita del popolo di Israele dall’Egitto, salmo 113 della Vulgata, 114 nel testo ebraico, che inneggia alla liberazione degli Ebrei dalla schiavitù imposta dall’Egitto al tempo di Mosè), con tutto quanto è scritto ancora in quel salmo (con tutto quel che segue, insomma). (Fanno notare nel loro commento Giovanni Fallani e Silvio Zennaro, Newton 1994, che Dante ha più volte citato questo salmo nelle sue opere spiegandone il senso storico, ovvero la liberazione degli ebrei dalla schiavitù faraonica; il senso allegorico, cioè la Redenzione; il senso morale, ovvero la conversione dell’anima dalla miseria del peccato allo stato di grazia; infine, il senso anagogico, ovvero il passaggio dell’anima dalla servitù della carne sulla Terra alla libertà dell’eterna gloria, cioè alla libertà spirituale).

Poi, l’angelo, ha fatto loro (alle anime) il segno della santa croce (li ha benedetti); dopo di che (quindi, come per un forte impulso, come se fossero state spronate dalla Grazia divina) si sono gettate (riversate) tutte quante sulla spiaggia: e lui se n’è andato velocemente così com’era arrivato. La moltitudine (delle anime) rimasta sulla spiaggia sembrava come spaesata (inesperta, ignara del luogo e, infatti,) guardava tutt’intorno come chi vede (sperimenta) stupito cose mai viste prima.

A questo punto, la narrazione prosegue con il colloquio dei due Poeti con gli spiriti negligenti  attratti, con grande meraviglia, dal fatto che Dante respira e, quindi, è in carne ed ossa. Poi c’è l’incontro commovente con Casella, uomo di corte, musicista, cantante e vecchio amico di Dante, (fiorentino o forse pistoiese): una poesia filosofica e la voce di Casella che intona i versi rendono l’atmosfera dell’Antipurgatorio davvero irreale, trasognata, onirica, da sogno, da sensi incantati, direbbe Alberto Bevilacqua. Potenza e magia della Poesia e della Musica! Potenza e magia della bellezza dell’Arte! Siamo di fronte ad un’altra sequenza da film di Fellini con un tenero e dolce amarcord che rinnova il ricordo struggente e la nostalgia della vita vissuta nel dolce mondo (che fa venire in mente, ancora una volta, la dolce vita di Fellini…), vita che anche nel Purgatorio non può non ritornare e non può non essere rimpianta, anche se la condizione umana (viene sempre da dire…) è ben diversa da quella dei dannati, da quella della perduta gente dell’Inferno.

E dunque: Da tutte parti saettava il giorno lo sol, ch’avea con le saette conte di mezzo ‘l ciel cacciato Capricorno, quando la nova gente alzò la fronte ver’ noi, dicendo a noi: “Se voi sapete, mostratene la via di gire al monte”.

E Virgilio rispuose: “Voi credete forse che siamo esperti d’esto loco; ma noi siam peregrin come voi siete. Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, per altra via, che fu sì aspra e forte, che lo salire omai ne parrà gioco”.

L’anime, che si fuor di me accorte, per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo, maravigliando diventaro smorte. E come a messagger che porta ulivo tragge la gente per udir novelle, e di calcar nessun si mostra schivo, così al viso mio s’affisar quelle anime fortunate tutte quante, quasi oblïando d’ire a farsi belle. Io vidi una di lor trarresi avante per abbracciarmi, con sì grande affetto, che mosse me a far lo somigliante. Ohi ombre vane,  fuor che ne l’aspetto! Tre volte dietro a lei le mani avvinsi, e tante mi tornai con esse al petto. Di maraviglia, credo, mi dipinsi; per che l’ombra sorrise e si ritrasse, e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. Soavemente disse ch’io posasse; allor conobbi chi era, e pregai che, per parlarmi, un poco s’arrestasse. Rispuosemi: “Così com’io t’amai nel mortal corpo, così t’amo sciolta: però m’arresto; ma tu perché vai?”.

“Casella mio, per tornar altra volta là dov’io son, fo io questo vïaggio”, diss’io; “ma a te com’è tanta ora tolta?”.

Ed elli a me: “Nessun m’è fatto oltraggio, se quei che leva quando e cui li piace, più volte m’ha negato esto passaggio; ché di giusto voler lo suo si face: veramente da tre mesi elli ha tolto chi ha voluto intrar, con tutta pace. Ond’io, ch’era ora a la marina vòlto dove l’acqua di Tevero s’insala, benignamente fu’ da lui ricolto. A quella  foce ha elli or dritta l’ala, però che sempre quivi si ricoglie qual verso Acheronte non si cala”.

E io: “Se nuova legge non ti toglie memoria o uso a l’amoroso canto che mi solea quetar tutte mie doglie, di ciò ti piaccia consolare alquanto l’anima mia, che, con la sua persona venendo qui, è affannata tanto!”. ‘Amor che ne la mente mi ragiona’ cominciò elli allor sì dolcemente, che la dolcezza ancor dentro mi suona. Lo mio maestro e io e quella gente ch’eran con lui parevan sì contenti, come a nessun toccasse altro la mente.

Dunque: Ormai il sole diffondeva la sua luce ovunque e con le sue frecce infallibili aveva spinto le stelle della costellazione del Capricorno aldilà del meridiano, quando (ci siamo avveduti che) le anime appena arrivate si sono voltate verso di noi e ci hanno detto: Se voi la conoscete, indicateci la via per andare, salire al monte. E Virgilio ha risposto: Voi credete che noi siamo pratici, che conosciamo bene questo luogo; invece, noi siamo pellegrini, inesperti come voi (peregrino: viaggiatore in una terra non sua). Siamo arrivati da poco tempo, poco prima di voi, per una via diversa dalla vostra, che è stata così disagevole, difficile e piena di ostacoli, tanto che salire (questo monte) ci sembrerà un gioco (uno scherzo, cosa facilissima).

(Intanto) le anime che si erano avvedute che io ero vivo, in carne ed ossa perché respiravo, sono diventate pallide per la grande meraviglia, per il grande stupore (le anime sono prese anche da timore: come mai un uomo vivo si trova qui? Per quale arcano mistero?…). (Segue una delle calzanti similitudini dantesche): E come la gente accorre, va verso il messaggero che ha in mano un ramoscello di ulivo (secondo l’uso classico e anche medievale) per ascoltare (buone) notizie, e nessuno si mostra restio di far calca, ressa, così, allo stesso modo tutte quelle anime destinate alla salvezza mi hanno guardato fissamente nel volto, quasi dimenticando che dovevano andare a purificarsi, che dovevano seguire il cammino verso la purificazione.

(Ad un certo punto) ho visto una di loro farsi avanti per abbracciarmi, con tanto grande affetto, da indurmi a fare la stessa cosa. Oh ombre inconsistenti, fuorchè nell’apparenza! (Oppure: Oh ombre senza consistenza, ma con aspetto di corpi! e, sottinteso: solo in apparenza solide, come corpi umani ma, nella sostanza, intoccabili, impossibili da afferrare). Tre volte ho tentato di abbracciarla, e tre volte le mani sono tornate al mio petto vuote (senza stringere nulla). Credo di aver avuto sul volto un’espressione di meraviglia; poiché l’ombra ha sorriso e ha fatto qualche passo indietro, si è un po’ allontanata, e io, seguendola mi sono fatto più avanti. Dolcemente mi ha detto di fermarmi: allora ho capito chi era, di chi si trattava, e l’ho pregato di fermarsi un poco per poter parlare (con lei). Mi ha risposto: Come ti ho amato in vita, quando ero col mio corpo, così ti amo adesso che sono libero, fuori dal corpo mortale: e per questo (perciò) mi fermo; ma tu (che sei vivo) perché, per quale motivo viaggi nel regno dei morti, perché fai questo viaggio? E Dante: Casella mio (è adesso che veniamo a sapere il nome del personaggio), faccio questo viaggio (per purificarmi e) per poter tornare in questo luogo (di salvezza dopo la morte); (segue domanda): ma come mai a te è stato sottratto tanto tempo di purificazione? E Casella: Non mi è stato fatto alcun torto, se l’angelo, che prende sulla sua navicella chi vuole e quando vuole, più volte ha negato di traghettarmi qui nel Purgatorio; poiché il suo volere è determinato dal giusto volere di Dio: in verità, da tre mesi (Casella, nato intorno al 1250, era morto poco prima della primavera del 1300, anno del Giubileo promulgato da papa Bonifacio VIII, il 22 febbraio del 1300 con la possibilità, però, di usufruire dell’indulgenza a partire dal 25 dicembre del 1299) egli ha accolto sul suo vascello chiunque volesse salire, senza alcun impedimento. Per cui (perciò) io, che allora ero rivolto verso la riva del mare in cui l’acqua del Tevere diventa salata, sono stato benevolmente accolto sulla navicella. L’angelo, adesso, ha rivolto (diretto) le sue ali (cioè il suo cammino) verso la foce del Tevere, poiché (per il fatto che) là si radunano sempre tutte le anime che non scendono verso il fiume Acheronte (cioè che non sono dannate ma destinate alla salvezza).

(Perché da tre mesi il comportamento dell’angelo era cambiato? L’Aldilà ce l’aveva avuta con Casella o Casella era stato alquanto negligente e lento nella volontà di convertirsi per la purificazione? Resta un mistero, anche perché la risposta di Casella è alquanto vaga. Del resto, si sa poco di questo personaggio, neppure se fosse certamente fiorentino, perché secondo alcuni era pistoiese. Si sa di certo che ha musicato un madrigale. In ogni modo, ipotizziamo pure che si tratti di mera finzione letteraria per sottolineare la lentezza che caratterizza quelle anime ad abbandonare per sempre le cose del dolce mondo e dedicarsi unicamente all’espiazione e alla purificazione).

Dante (che da giovane aveva molto amato la musica e ascoltare le poesie in musica) ribatte così: Se una nuova legge non ti toglie il ricordo della tua arte o la possibilità di usarla per il (tuo) dolce canto, che era capace di placare (far tacere, addolcire) tutte le mie passioni (inquietudini, tormenti), (ebbene) non ti sia di peso (ti piaccia di) consolare un po’ la mia anima che, giungendo in questo luogo con il corpo, è alquanto affannata (stanca e sofferente)!

Amor che ne la mente mi ragiona (mi parla; versi della canzone che si trovano in apertura del III libro del Convivio, canzone scritta per lodare ed esaltare una donna gentile non reale ma allegorica: la Filosofia, che dovrebbe simboleggiare il superamento della poetica dell’amore cortese e, in buona parte, anche di quella stilnovistica), ha cominciato allora Casella a cantare così dolcemente, che la dolcezza ancora mi risuona dentro, ancora la sento dentro di me. (Sembra ritornare alla mente di Dante la dolcezza e la soavità dei versi del Dolce Stil Novo degli anni della sua maturità poetica. Forza, potenza della musica, capace di consolarci, di farci evadere dalla realtà, fantasticare, sognare, elevarci e renderci più puri e migliori).

Il mio maestro, io e tutte quelle anime (che si erano disposte intorno a Casella per ascoltarlo) sembravamo così lieti, felici (estasiati…) come se a nessuno di noi toccasse altro per la mente, come se ognuno di noi non pensasse ad altro che a quel soave suono uscito dalla bocca di Casella.Casella è riuscito a creare un’atmosfera magica, da sogno, irreale, suggestiva, da rêverie, da vita sospesa, da tenero amarcord  felliniano, da sensi incantati che sembra aver riportato tutti alla vita terrena, al dolce mondo, alla dolce vita che è stata pur sempre momento e percorso della nostra esistenza materiale, e di aver fatto dimenticare a tutti loro lo scopo, la meta principale da conseguire, cioè la via della penitenza e della purificazione per la salvezza eterna dell’anima. L’atmosfera incantata, l’aura di rapimento estatico, di fuga dalla realtà dell’Aldilà che ha reso tutti immobili, trasognati e fissi ad ascoltare la soave voce di Casella è, però, bruscamente interrotta, fatta cessare dall’improvvisa riapparizione di Catone, cioè della Coscienza Morale, che (sempre dev’essere vigile, come la Ragione) richiama tutti all’ordine, al senso del dovere e della responsabilità, alla forza della volontà e della virtù, spronando a muoversi, a non esser lenti nell’intraprendere la via della purificazione e della salvezza e, anzi, ad essere rapidi e veloci. Il mondo terreno, fatto di passioni, affetti, sentimenti e quant’altro, non è più di questo mondo, va dimenticato, obliato in nome della salvezza: inutile rimpiangerlo, perché adesso si tratta soltanto di mettere in salvo l’anima. Le anime sono costrette a passare improvvisamente dal principio di piacere al principio di realtà, dalla poesia alla prosa. E il forte richiamo di Catone fa venire in mente un verso di Federico García Lorca: La vita non è sogno. Sveglia! Sveglia! Sveglia! Il canto-capitolo si chiude, quindi, con una calzante similitudine che sintetizza come il brusco richiamo alla realtà fatto da Catone è, alla fin fine, ben accolto da tutti perché il treno della purificazione e della salvezza non può essere perduto: Noi eravam tutti fissi e attenti a le sue note; ed ecco il veglio onesto gridando: “Che è ciò, spiriti lenti? qual negligenza, quale stare è questo? Correte al monte a spogliarvi lo scoglio ch’esser non lascia a voi Dio manifesto”.

Come quando, cogliendo biado o loglio, li colombi adunati a la pastura, queti, sanza mostrar l’usato orgoglio, se cosa appare ond’elli abbian paura, subitamente lasciano star l’esca, perch’assaliti son da maggior cura; così vid’ io quella masnada fresca lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa, com’om che va, né sa dove rïesca; né la nostra partita fu men tosta: Noi eravamo tutti immobili e attenti ad ascoltare il canto di Casella, (quando, ad un tratto), ecco (che appare) l’onesto (che ispira onore) vecchio (Catone) che grida: Cos’è quello che vedo, o spiriti lenti (pigri)? Quale negligenza, quale indugio è questo (oppure: Cos’è questa negligenza, cos’è questo indugiare?). Correte (subito) verso il monte (luogo di purificazione) per liberarvi (scrollarvi) della macchia del peccato che non consente che Dio si mostri (si manifesti a voi, che vi impedisce la visione di Dio. Per la visione di Dio occorre essere ben liberi da ogni residuo di peccato, e questo si ottiene espiando).

Come i colombi quando stanno raccogliendo il loro pasto, beccando granelli di biada o di loglio, sono quieti, e non mostrano di essere baldanzosi, con il petto verso l’alto, qualora capita, si manifesta qualcosa di cui hanno paura, improvvisamente abbandonano il cibo, in quanto presi da una più grande preoccupazione, così (allo stesso modo) io ho visto quella compagnia (gruppo, schiera) di anime, giunta lì da poco, allontanarsi da Casella che cantava e dirigersi (di corsa) verso la parete (il fianco del monte) come chi va (senza una meta precisa) senza sapere dove andrà a finire; e neppure noi (i due Poeti) ci siamo allontanati meno rapidamente (cioè: anche noi ci siamo allontanati velocemente)…

E noi andiamo col pensiero alla dolce voce di Casella che intona la canzone stilnovistico-filosofica di Dante, che si trova nel Convivio, dedicata alla donna gentile (la Filosofia) cercando di immaginare come la cantasse: Amor che ne la mente mi ragiona / de la mia donna disiosamente, / move cose di lei meco sovente, / che lo ’ntelletto sovr’esse disvia. (…) / Non vede il sol, che tutto ’l mondo gira, / cosa tanto gentil, quanto in quell’ora / che luce ne la parte ove dimora / la donna, di cui dire Amor mi face. / Ogni Intelletto di là su la mira (…). / In lei discende la virtù divina / sì come face in angelo che ’l vede; / e qual donna gentil questo non crede, / vada con lei e miri li atti sui. (…) / Li atti soavi ch’ella mostra altrui / vanno chiamando Amor ciascuno a prova / in quella voce che lo fa sentire. (…) / Cose appariscon  ne lo suo aspetto, / che mostran de’ piacer di Paradiso, / dico ne li occhi e nel suo dolce riso, / che le vi reca Amor com’a suo loco

E ci vengono in mente, anche, le parole di Boccaccio nella Vita di Dante, in cui il grande estimatore del Divino Poeta ci ricorda l’amore e la passione che Egli aveva per la musica e la canzone: Sommamente si dilettò in suoni e in canti nella sua giovinezza, e a ciascuno che a que’ tempi era ottimo cantatore o sonatore fu amico e ebbe sua usanza; e assai cose, da questo diletto tirato compose, le quali di piacevole e maestrevole nota a questi cotali facea rivestire.