Trebisacce-26/02/2017:FACCIAMO IL PUNTO SU: poetica e tematiche nell’opera di Luigi Pirandello (1867-1936) (di Salvatore La Moglie)

Salvatore La Moglie

FACCIAMO IL PUNTO SU: poetica e tematiche nell’opera di Luigi Pirandello (1867-1936)  

Di  Salvatore La Moglie

Cercare di fare il punto sulla poetica e sulle tante tematiche nell’opera di un autore così immenso come Pirandello e farlo nell’economia di poche pagine non è impresa agevole e risulta sempre alquanto schematico e anche incompleto. In ogni modo, si cercherà, nella maniera più accettabile, di affrontare l’impresa tenendo presente che Pirandello, insieme a Svevo, è certamente lo scrittore del Decadentismo italiano ed europeo che meglio ha saputo esprimere la crisi della civiltà borghese e quello che Freud, con felice e calzante formula, ha definito il disagio della civiltà, una civiltà che sembrava giunta al suo declino, alla decadenza e capace solo di correre verso la catastrofe della guerra mondiale e della bomba atomica così efficacemente profetizzata da Svevo ne La coscienza di Zeno.

Conclusa la stagione del Positivismo e andati in frantumi i grandi valori, gli ideali e le certezze che sorreggevano gli spiriti di allora, all’intellettuale decadente non resta che una misera lanterninosofia dopo il crollo della fede e dei grandi sistemi ideologici. La scienza, prima con Copernico (maledetto Copernico…) e poi con Darwin ha dato due grandi scossoni contro la lettura biblica della creazione e ha provocato quello che il grande sociologo tedesco Max Weber ha definito con efficacia il disincanto del mondo. A questo punto, Pirandello, come tanti altri tra ‘800 e ‘900, in piena epoca di crisi della ragione, finiscono per avvicinarsi alle filosofie irrazionaliste e a certi filoni di pensiero relativistico. Tra le letture non mancano Nietzsche (il nichilismo), Henri Bergson (il vitalismo, lo slancio vitale ma anche il concetto del tempo come relativo) e Alfred Binet (il nostro Io è plurale e la nostra personalità non è univoca ma prismatica). Si tenga, infine, presente, che Pirandello conosce la psicanalisi di Freud e il freudismo e Einstein e la sua rivoluzionaria teoria della relatività.

 

La poetica di Pirandello, intesa sia come tecnica artistica che, soprattutto, come, Weltanschauung, cioè visione generale della vita e della realtà, è molto complessa. Innanzitutto, alla base vi è il relativismo mutuato dal filosofo Eraclito di Efeso secondo il quale tutto scorre (panta rei). Legata a questa concezione è l’altro punto fondamentale della poetica segnata dalla dialettica vita- forma. Nella vita è il movimento, nella forma la morte. Se la vita è flusso incessante, se tutto scorre inarrestabilmente e voglio fissarmi, cristallizzarmi in una forma, cioè un ruolo, una parte, una maschera, allora è la volta buona che muoio.  Perciò Pirandello scriverà nella novella La trappola che ogni forma è la morte. Una trappola è la famiglia, una trappola è la società in cui viviamo e una trappola è la vita stessa, fin da quando veniamo su questo mondo per vivere il nostro involontario soggiorno.

 Altri aspetti basilari nella poetica di Pirandello sono:

 

  • la concezione umoristica della realtà. Pirandello, nel 1908, scrive un saggio L’umorismo in cui afferma che il comico è l’avvertimento del contrario mentre l’umorismo è il sentimento del contrario. Fa l’esempio di una vecchia signora che si imbelletta: prevale subito il comico, cioè l’avvertimento del contrario, e ridiamo: se però passiamo a riflettere sul perché la vecchietta si è imbellettata ( perché non vuole invecchiare, perché vuole ancora sentirsi giovane, essere piacente, rivivere i begli anni, ecc) ecco che il nostro atteggiamento cambia e dal comico passiamo all’umorismo, e cioè a una riflessione amara, a una tragica ironia, alla commozione, alle lacrime, alla pietà. In questo modo, cioè attraverso l’umorismo, Pirandello riesce a scomporre meglio la realtà, a fare un’analisi lucida, spietata e corrosiva della vita e degli uomini. È quella che alcuni critici hanno giustamente  definito tecnica della scomposizione umoristica che consente, appunto, a Pirandello, di decifrare, decodificare, leggere meglio la realtà facendone emergere tutte le contraddizioni e le incongruenze.
  • la tragedia del vedersi vivere. Un esempio di questa visione lo troviamo ben espresso nella novella La carriola. Il personaggio preso come da una folgorazione, come da un lampo improvviso si ferma e, guardandosi come in uno specchio, si mette a vedere la propria vita e si chiede se quell’uomo, fissato in quella forma, in quel ruolo, in quella maschera sia veramente lui, se quella vita l’ha voluta proprio lui o se gliel’abbiano costruita gli altri. E’ così che nasce il personaggio fuori chiave. Siamo alla crisi d’identità del personaggio pirandelliano, siamo di fronte al personaggio alienato, che si sente estraneo, forestiero di fronte alla realtà e alla vita. Scrive Pirandello: Un uomo quando vive, vive e basta, colui che non vive subisce la vita, cioè si vede vivere; La vita o si vive o si scrive.
  • gli assurdi penosi della nostra esistenza. Secondo Pirandello la vita è una molto  triste buffoneria, un’enorme pupazzata nella quale prevalgono, alla fin fine, l’assurdo, il paradossale, il nonsenso, il surreale, l’irreale, i casi estremi e incredibili che ci mostrano la tragedia dell’individuo moderno stretto nella morsa di un mondo caotico, disordinato in cui tutto appare alla rovescia e nel quale si sente smarrito, solo, sperduto, estraneo e in incessante inquietudine e terribile solitudine. Sulla realtà delle assurdità della vita così spiega Pirandello ne Il fu Mattia Pascal: Perché la vita, per tutte le sfacciate assurdità, piccole e grandi, di cui beatamente è piena, ha l’inestimabile privilegio di poter fare a meno di quella stupidissima verosimiglianza, a cui l’arte crede suo dovere obbedire. Le assurdità della vita non hanno bisogno di parer verosimili, perché sono vere.

LE TEMATICHE PIRANDELLIANE

Le varie tematiche pirandelliane sono strettamente legate alla sua poetica, per esempio al relativismo è legata la concezione del relativismo psicologico e conoscitivo. Secondo Pirandello vi è l’impossibilità di conoscersi e noi non conosciamo di noi stessi che una minima parte. Proprio in quanto la vita è flusso incessante,  continuo noi sfuggiamo alla conoscenza approfondita di noi stessi e inoltre secondo Pirandello, noi siamo quello che gli altri vogliono. Noi siamo cioè  uno, nessuno, centomila, cioè uno per noi, centomila per gli altri, e dunque nessuno. Allora il personaggio pirandelliano  si chiede: chi sono io? Un personaggio femminile risponderà in Così è (se vi pare): Io sono colei che mi si crede.

Se io sono quello che gli altri vogliono, se ognuno di noi ha le sue opinioni, la sua verità, se la stessa verità non esiste (e in questo Pirandello segue il filosofo greco Gorgia),  e se , dunque, il mondo e gli uomini sono profondamente inautentici e basati sulla finzione (nulla è più complicato della sincerità), come potrò mai comunicare con gli altri? Siamo alla tragedia dell’incomunicabilità e della disperata solitudine dell’uomo che si chiuderà, sconfitto, in se stesso con  la propria particolare verità. In questo modo il personaggio pirandelliano finisce per essere un disadattato, un inetto alla vita , un uomo senza qualità, un escluso e quindi votato ad essere infelice. Un’infelicità che qualche volta può condurlo alla follia che, in Pirandello, è sempre lucida follia. La pazzia consente al personaggio pirandelliano di essere più lucido degli altri, di analizzare meglio la realtà e gli uomini; finisce anche per essere una particolare forma di contestazione nonché un meccanismo di difesa  nei confronti della società  e anche una modalità stessa di vivere nella società, una forma di esistenza che  consente di dire anche atroci verità che non saranno credute. Infatti, ne Il berretto a sonagli, Pirandello fa dire a un personaggio: Basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità. Nessuno ci crede, e tutti la prendono per pazza.

Quello di Pirandello è un  mondo alla rovescia  in cui non si sa  dove inizia la realtà e dove finisce la finzione; tutto avviene in un gioco tragico (il gioco delle parti…) di realtà e di apparenza, di essere e parere in cui l’apparenza può diventare realtà e viceversa.

Pirandello scava negli abissi dell’animo umano facendo emergere i lati oscuri e inconsci  della personalità tanto che Freud dirà che Dostoevskij e Pirandello hanno anticipato la psicanalisi. In Pirandello vi è  una disperata ricerca di un oltre, di un aldilà enigmatico, che è  nelle cose  e nei fatti  e che cerca di scoprire con la sua continua analisi. Egli invita a scrutare oltre le apparenze, aldilà di esse per cogliere significati più profondi. Nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore scrive: C’è un oltre in tutto, voi non volete, non sapete vederlo.

Un altro tema è quello del doppio, dell’altro che è dentro di noi o che potrebbe esserci. Si veda, per esempio, Il fu Mattia Pascal, o anche Uno, nessuno, centomila, in cui assistiamo ad un vero e proprio sdoppiamento della personalità e alla frantumazione dell’io, che appare così sfaccettato e incoerente come la stessa realtà ormai dissolta, inafferrabile e molteplicemente interpretabile.

Altro motivo caro a Pirandello è quello dei pregiudizi e delle convenzioni sociali visti come un grande limite alla libertà personale e all’autenticità  dei rapporti umani e verso cui la reazione di  Pirandello è, in genere, di tipo nichilista, in quanto nega i valori e le leggi della società senza proporre però un’alternativa. In questo senso egli è stato definito cavaliere del nulla e maestro del dubbio insieme a Nietzsche e a Freud. Nel Mattia Pascal, per esempio, fa capire chiaramente che se non ci fossero le leggi Mattia Pascal sarebbe felice.

Pirandello e i suoi personaggi sono stati accusati di cerebralismo, cioè di intellettualismo, per cui si è parlato anche di pirandellismo,  e ciò è stato visto da alcune parti (si pensi soprattutto a Benedetto Croce) come un limite.  Nei  personaggi prevarrebbe l’eccessivo ragionamento e il ripiegamento nella propria angoscia  esistenziale. La vita, pertanto, non sarebbe che una stanza della tortura, secondo la felice definizione di Giovanni Macchia. Quest’atteggiamento del personaggio, però, più che un limite, è una caratteristica particolare nelle opere di Pirandello, il quale così scrive e spiega ne Il fu Mattia Pascal: Mai l’uomo tanto appassionatamente ragiona come quando soffre, perché, appunto delle sue sofferenze vuol vedere la radice.

I personaggi di Pirandello sono in genere dei piccolo-borghesi dalla vita grama, squallida, oscura, angosciata: sono dei vinti, degli sconfitti, dei disadattati, degli inetti che vivono in disarmonia con la realtà e con la storia e, quando aderiscono alla realtà, questa adesione avviene attraverso profonde lacerazioni interiori. Pertanto, la loro sconfitta è puramente verticale, in quanto riguarda se stessi e la loro psicologia, diversamente dai vinti di Verga la cui sconfitta è orizzontale, in quanto investe il momento socio-economico.

Situazione pirandelliana, personaggio pirandelliano:  si ha quando un personaggio vive una situazione che appare assurda, paradossale, surreale, incredibile, da incubo, o quando la stessa vicenda risulta effettivamente tale. Il personaggio pirandelliano può avere tre tipi di reazione che appaiono simili a quelle del personaggio sveviano:

  • una reazione passiva: è quella dei personaggi più deboli e più inetti alla vita che si rassegnano alla forma, alla maschera che sono costretti a portarsi addosso e, pertanto, avvertono la pena di vivere così;
  • una reazione ironico-umoristica: è di chi non riesce a rassegnarsi alla parte, ma sta al gioco con un atteggiamento fortemente polemico e umoristico, proprio di chi vuole analizzare e contestare una realtà che vede alla rovescia;
  • una reazione drammatica: è quella del personaggio che va aldilà delle precedenti, per cui giunto all’esasperazione totale e ridotto alla più disperata solitudine, chiude la sua vicenda in maniera, appunto, drammatica, con il suicidio o la follia più lucida che, però, non potrà essere compresa che da lui stesso.

Infine, qualche nota sullo stile. Pirandello concepisce l’arte come creazione autonoma, cioè libera da influenze ideologiche, politiche, ecc., e che, quindi, non si spiega a fini pratici.

La prosa del grande siciliano è scarna ed essenziale e il suo linguaggio sobrio e concreto, accentua di volta in volta, la paradossalità o l’intensità emotiva di certe pagine, che si avvalgono anche della mimesi dialettale, cioè dell’imitazione del parlato popolare e siciliano. Pirandello rompe con le strutture sintattiche e narrative di tipo ottocentesco e a  prevalere è la tecnica del monologo interiore.

Verso la fine, profondamente deluso dalla realtà presente, si rifugia nel mito e nel sogno, e scrive i seguenti capolavori: “I giganti della montagna” (mito dell’arte); Lazzaro (mito della religione); La nuova colonia” (mito sociale).

Ottenuto nel 1934 il Nobel per la letteratura, Pirandello morirà nel 1936. Lascia il teatro assurdo e grottesco della vita, il caos della orribile trappola del mondo ma entra per sempre nel novero di quei grandi che sono destinati a rimanere eterni.